La Biennale di Architettura


Fonte: Edilia2000.it

Delegittimiamo la cultura disciplinare

La mostra internazionale di Architettura della Biennale di Venezia è diventata soltanto una mostra d’arte contemporanea.
Per  alcuni ciò potrebbe essere una conquista dei nostri tempi, ma forse si deve più modestamente considerarla un fallimento.
Sta a noi decidere se trattasi del fallimento dell’architettura o degli architetti.

E’ vero che negli ultimi anni la Biennale restava sempre più coinvolta negli interessi dello “star system”, però quest’anno ci si deve solo accontentare di un vuoto slogan: “Out there: Architecture Beyond Building – Là fuori: Architettura oltre il Costruire”.

Già dalle dichiarazioni iniziali del curatore della mostra, Aaron Betsky, saggista del Decostruttivismo sin dal lontano 1987, sorgevano inevitabili dubbi e perplessità circa la buona riuscita di tutta l’esposizione.

Come può, infatti, un semplice architetto di strada, pratico e concreto, accettare le preliminari prese di distanza dall’architettura stessa espresse dal curatore di una Biennale che si titola Internazionale ed inequivocabilmente di Architettura?

Come avrei potuto leggere senza battere ciglio ciò che sostiene Betsky dichiarando che “scambiare l’architettura con la costruzione di edifici è un errore”.

Come non saltare dalla sedia leggendo frasi roboanti che assomigliavano a provocazioni: “Gli edifici sono la traccia più importante lasciata da un architetto, ma è davvero difficile trovare architettura in essi, perché si guarda l’edificio ma non si vede l’architettura”, ma che si sono poi rivelate vere asserzioni d’intento, dopo aver mestamente visionato le pure installazioni artistiche di second’ordine presenti nei vari ambienti della Biennale.

E pur tuttavia, visto lo slogan annunciato speravo sempre, deambulando tra le numerose installazioni, di trovare almeno qualche risposta al tema, qualche progetto che venisse presentato in relazione con il suo contesto urbano.
Invece no, solo e soltanto pseudo-arte pretenziosa.

Certamente non bisogna mai generalizzare al massimo, e quindi, come nelle altre passate edizioni della Biennale, sono ovviamente presenti anche quest’anno alcuni lavori di qualità – specie nei Padiglioni nazionali. Ma sempre troppo pochi e poco in risalto.

Evidentemente il curatore di questa mostra da toni edonici ha voluto enfatizzare la sua opinione: “un’architettura che pretende di offrire soluzioni è morta. Gli edifici sono la tomba dell’architettura”.
E noi architetti stiamo pure a guardare?

E’ chiara la posizione di questo “architetto teorico”, che non è riuscito mai a sentire il patos del progettare e per scelta si è dedicato sempre a dire agli altri cosa significa progettare: “l’essenza dell’architettura è parlare dell’architettura”.

Per noi miseri mortali, invece, l’architettura deve parlare da sé, con le sue realizzazioni, con le sue progettazioni di qualità, con le autentiche mostre, con il vivere quotidiano ed anche con le varie “architettura di carta” mai realizzate.

Però finita la visita alla odierna Biennale ed alle sue installazioni penosamente autoreferenziali, non si può fare altro che cedere nello sconforto: è questa la più alta espressione internazionale di ciò che si deve intendere per architettura?

Secondo le intenzioni del curatore la mostra doveva orientarsi verso un’architettura libera per affrontare i temi centrali della nostra società.

Personalmente ho visto solo una sconcertante miscela di pseudo-arte, scenari utopici, sperimentazioni di antiquata avanguardia, scimmiottamenti di arte povera.

Se è questo che ci si riserva il futuro, povera Architettura!

Arch. Lorenzo Margiotta

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